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GARDA. Solo sei i posti a disposizione delle donne e l'occasione si è aperta per le giovani promesse della Lega navale
Durezza militare e turni di servizio per Camilla e Giulia Favetta «Esperienza difficile ma bella che insegna a superare gli ostacoli»
Dal giornale "L'Arena" pag. 43 del 19 dicembre 2010
Trasformarsi in «marinaie» d'alto livello in dieci giorni? Si può. Lo assicura Giulia Favetta, 17 anni di Garda, al quarto anno al Liceo Montanari, che, con la sorella Camilla, 16 anni in prima liceo al Maffei, il 26 ottobre s'è imbarcata sull'«Amerigo Vespucci», la nave scuola della Marina italiana, a Chioggia, rientrando il 6 novembre a Civitavecchia.
L'occasione è stata loro offerta dalla sezione di Garda della Lega navale italiana, 350 soci, con sede sul lungolago Pincherle 1, dove le ragazze sono state festeggiate dal presidente Romano Maccari, da quello onorario Oliviero Olivieri, con l'immancabile papà Massimo Favetta, istruttore, e l'ammiraglio Paolo Greco Tonegutti di Cavaion, nel 1975 ufficiale di rotta sul Vespucci: «Un'imbarcazione», spiega lui, «progettata nel 1930 con la gemella "Cristoforo Colombo" dall'ingegner Francesco Rotondi, tenente colonnello del Genio Navale, direttore dei cantieri di Castellamare di Stabia». Varata nel 1931, è la nave-scuola per gli allievi dell'Accademia navale di Livorno.
Le due ragazze, che alla «Lega» sono cresciute, hanno iniziato il percorso per divenire istruttori di primo livello; il primo passo è stato un corso a Trieste dove si sono diplomate «aiuto esperto velista istruttore basico». «In virtù di questo», dice orgoglioso papà, «hanno potuto usufruire di 2 dei 25 posti disponibili per le 252 sezioni d'Italia, con 6 femmine e 19 maschi».
Tra acqua dolce e mare aperto lo «stacco» l'hanno sentito. Ma un' esperienza così, che potrà anche aprire nuove strade lavorative, non si scorda. Soprattutto per la rigidità con cui Giulia si è sentita accolta: «Una durezza», dice, «che subito mi ha mandata in crisi, ma a cui mi sono poi abituata e ho apprezzato». Non sono certo stati a girarsi i pollici: «Appena arrivate ci siamo sentite catapultate in un mondo mai affrontato. Ci hanno divisi in 3 squadre con turni di lavoro di 4 ore, che ci impegnavano anche la notte». La nave era divisa in 2 aree, una per noi e i nocchieri, l'altra per i marinai: «Da cui dovevamo tenerci alla larga per non "sconvolgerli"... come ci hanno raccomandato». Loro erano là per lavorare: «Spiegare a mano le vele coi nocchieri, lavare le gamelle, i 600 vassoi per mangiare, e, se il turno iniziava alle 4, infilarsi gli stivali di gomma e, quando i nocchieri avevano buttato la soda caustica, grattare il ponte col "frattazzo", che poi, per l'alba, doveva essere lucido e asciutto». Ben diverso dal tradurre versioni dal latino o dal greco.
«In quei giorni», assicura Giulia, «ho rimosso tutto. La mia vita era nel mare su quella nave, dove ho capito quanto anche il lavoro più umile sia importante. Per gli altri e per sé. Infatti il secondo giorno, quando la nausea non mi permise di alzarmi dall'amaca dove dormivano, non passava mai». Ma tutto, di fonte a un orizzonte che pare sempre uguale, acquista sapore diverso: «Il momento più atteso era, se eravamo di turno tra le 20 e le 24, la pizza. A casa non mi fa né caldo né freddo, ma là non vedevamo l'ora che la servissero anche per stare insieme. Quest'esperienza mi ha dato moltissimo. Mi ha creato una corazza che credo mi permetterà d'affrontare ogni ostacolo, proprio ame che sono una timida. Non so se mai lavorerò su una nave, ma la mia passione è la vela che non abbandonerò, ambito che riserva possibilità». E la scuola, a cui anche mamma Claudia Maffezzoli tiene molto? «Faremo l'università. Ma quella è un'altra storia».
